L’invenzione dei blue-jeans non è americana come spesso si pensa, ma riconducibile, per il suo utilizzo, alla Genova mercantile del XVI secolo. Infatti il termine “Blue Jeans” deriva da “bleu de Gênes”, e indicava un tipo di tessuto molto resistente dal colore blu, chiamato “tela blue” che veniva utilizzato per confezionare sacchi per vele e per coprire merci sulle navi mercantili. Noto come fustagno, la sua produzione la si deve alla città di Nîmes, che oltre a tinteggiare il tessuto con l’indaco (proveniente dalle “Indie”) – a differenza di Chieri che usava il Guado (“oro blu” coltivato in Piemonte) – confezionava già calzoni da lavoro indossati dai marinai genovesi. La storia racconta come Garibaldi, marinaio nella battaglia di Marsala, indossasse proprio un paio di jeans.
Ma è nel secolo XIX, grazie ai legami molto stretti tra le due città portuali,  che la “tela blue” tanto apprezzata dai mercanti inglesi e americani – espatria nell’America dei cercatori d’oro – diventa l’indumento da lavoro primario. Alla fine dell’ottocento, in America, il tessuto “Jeans” diventa sinonimo di pantalone a 5 tasche, e il “Denim” da “de Nîmes” il tessuto del pantalone: il grande “marchio storico” che diede origine alla grande industria del Jeans fu Levi Strauss.
Dal 1920 fino ai giorni nostri, il Blue Jeans è stato l’emblema dell’abbigliamento western (1920), del tempo libero (1930), simbolo di contestazione al sistema americano e divisa per gli aderenti ai movimenti per i diritti civili (1960/1970).
In Europa i jeans prodotti negli Stati Uniti giunsero e si diffusero dopo la seconda guerra mondiale, soprattutto grazie ai divi del cinema che li indossavano anche nei loro film più famosi, come ad esempio James Dean, Elvis Presley e Marlon Brando.
In pochissimi anni i jeans diventarono in tutti i Paesi europei i pantaloni più comprati e indossati specie dai giovani, che ne fecero simbolo della loro ribellione e della loro protesta negli anni ’60.

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